“La fotografia mi ha aiutato a scoprire la foglia di un albero, poi lo stesso albero, quindi il paesaggio di cui fa parte e l’uomo che viene a parlare con lui, o a riposare alla sua ombra”. (Jean Dieuzaide)

Indice dei contenuti
1. Introduzione : Jean Dieuzaide “il fotografo di Tolosa”.
2.Jean Dieuzaide: gli inizi e e la nascita di “Yan”.
3. La Liberazione di Tolosa e il generale de Gaulle: il reportage che cambiò la sua vita.
4. Dal fotogiornalismo alla fotografia sportiva: Il Grand Prix di Pau del 1949 e le fotografie di Juan Manuel Fangio.
5. I viaggi nel sud della Spagna: un mondo lontano dall’Europa moderna.
6. L’incontro con Salvador Dalí e la nascita di “Dalí dans l’eau”.
7. Il Portogallo: pescatori, donne, bambini e portatori di ceste.
8. Gli altri viaggi: Turchia, Sardegna, Madeira e oltre Europa.
9. L’incontro di Jean Dieuzaide con l’arte romanica.
10. Dieuzaide sperimentatore: dalle fotografie subacquee, al Brai, ai Centrichimigrammes.
11. Altri progetti, interessi e curiosità su Jean Dieuzaide.
12. Gli ultimi anni e l’eredità di Jean Dieuzaide.
13. Conclusione: perché riscoprire Jean Dieuzaide.
1. Introduzione : Jean Dieuzaide“il fotografo di Tolosa”.
Nella storia della fotografia francese del Novecento il nome di Jean Dieuzaide, conosciuto per molti anni con lo pseudonimo di Yan, occupa una posizione particolare. Reporter, ritrattista, fotografo di viaggio, interprete dell’architettura romanica, sperimentatore e instancabile promotore della cultura fotografica, Dieuzaide attraversò quasi sessant’anni di storia europea con una curiosità che sembrava non conoscere confini. Dai giorni drammatici della Liberazione di Tolosa al volto di Charles de Gaulle, dalle corse automobilistiche di Juan Manuel Fangio agli incontri con Salvador Dalí, dai gitani dell’Andalusia ai pescatori del Portogallo, il suo archivio costituisce un vastissimo affresco del XX secolo.

Sebbene venga spesso definito semplicemente “il fotografo di Tolosa”, Jean Dieuzaide nacque il 20 giugno 1921 a Grenade-sur-Garonne, una cittadina dell’Alta Garonna, non lontano dal capoluogo occitano. Tolosa sarebbe però diventata la sua città d’adozione, il centro della sua attività professionale e soprattutto il luogo nel quale avrebbe combattuto per decenni affinché la fotografia venisse riconosciuta non soltanto come mezzo d’informazione, ma come vera forma d’arte. Le Archives municipales de Toulouse conservano oggi la parte più consistente della sua opera: un patrimonio che comprende centinaia di migliaia di documenti e testimonia un’attività fotografica durata fino agli inizi del XXI secolo.

2. Jean Dieuzaide: gli inizi e e la nascita di “Yan”.
L’interesse di Jean Dieuzaide per la fotografia nacque molto presto. Suo padre era un appassionato dilettante e gli trasmise le prime nozioni di ripresa e soprattutto quella sorta di magia che il giovane Jean avvertiva osservando un’immagine comparire lentamente durante lo sviluppo. Il padre morì quando Dieuzaide era ancora adolescente, ma quell’iniziazione avrebbe determinato buona parte della sua vita. Una delle sue prime macchine fotografiche fu una semplice Coronet 6×9, ricevuta intorno ai tredici anni.

La giovinezza non fu lineare. Dieuzaide studiò in diverse città, tra Tolosa, Bordeaux e Cannes, e coltivò anche una forte passione per l’aeromodellismo e l’aviazione. Nel 1940 una sospetta tubercolosi gli impedì di proseguire verso la carriera militare che aveva preso in considerazione e lo costrinse a trascorrere un periodo di convalescenza nel Gers. Quel soggiorno, apparentemente una battuta d’arresto, contribuì invece a rafforzare il suo interesse per la campagna, il mondo contadino e la vita delle persone comuni: soggetti che torneranno continuamente nella sua fotografia.

Nel 1942 venne incorporato nei Chantiers de jeunesse ( Cantieri della Gioventù ) , l’organizzazione giovanile instaurata nella Francia di Vichy. Le sue conoscenze tecniche gli permisero di diventare responsabile del servizio fotografico del raggruppamento Pirenei-Guascogna . Fu in quegli anni che cominciò a utilizzare frequentemente il nome “Yan”, versione guascone del nome Jean. Lo pseudonimo, che avrebbe accompagnato molte delle sue fotografie fino ai primi anni Settanta, gli consentiva anche di separare l’attività fotografica dalla vita familiare in un periodo nel quale la professione di fotografo non godeva ancora del prestigio culturale che avrebbe acquisito successivamente.

3. La Liberazione di Tolosa e il generale de Gaulle : il reportage che cambiò la sua vita.
Il momento decisivo arrivò nell’ agosto del 1944. Jean Dieuzaide aveva soltanto ventitré anni quando le truppe tedesche abbandonarono Tolosa e le forze della Resistenza occuparono progressivamente la città. Il 19 agosto 1944 Dieuzaide percorse le strade con la macchina fotografica registrando ciò che accadeva quasi in tempo reale: i combattimenti sporadici, le tracce lasciate dall’occupazione, i simboli nazisti abbattuti, i partigiani, le manifestazioni e soprattutto la popolazione che tornava a occupare le piazze. Fu il suo primo grande reportage.


Le sue fotografie possiedono ancora oggi una straordinaria forza documentaria perché non si limitano alle immagini celebrative. Dieuzaide registra il momento di transizione tra guerra e pace: uomini armati che percorrono le strade, folle improvvisamente libere di manifestare, macerie, tensioni e scene di entusiasmo collettivo.

La Liberazione trasformò così il giovane appassionato in un vero fotoreporter. Dieuzaide organizzò accuratamente il materiale, annotando nei propri album date, luoghi e nomi dei protagonisti, dimostrando già quell’attenzione archivistica che avrebbe caratterizzato tutta la sua carriera. Le sue fotografie circolarono sulla stampa locale e gli permisero di comprendere definitivamente quale sarebbe stata la sua professione.

Un mese dopo la Liberazione si verificò l’episodio che diede alla carriera di Dieuzaide una svolta ancora più importante. Il 16 settembre 1944 il generale Charles de Gaulle arrivò a Tolosa. Dieuzaide riuscì a fotografarlo nei pressi del Capitole. Non si accontentò però di produrre una normale fotografia di cronaca: cercò un’immagine capace di isolare la figura del generale e di trasformarla in un vero ritratto.


La visita del generale de Gaulle a Tolosa, il 16 settembre 1944. Foto Jean Dieuzaide.
Il risultato fu una fotografia in cui de Gaulle emerge con grande evidenza dallo sfondo scuro. Dieuzaide comprese immediatamente il potenziale dell’immagine. Fece stampare il ritratto e lo inviò alle prefetture francesi accompagnandolo con una proposta commerciale. La Présidence du Conseil acquistò la fotografia, che venne ampiamente diffusa e divenne uno dei primi, e secondo le Archives municipales de Toulouse. il primo ritratto ufficiale del generale de Gaulle.

L’episodio rivela già due caratteristiche fondamentali di Dieuzaide: l’occhio del fotografo e lo spirito imprenditoriale. Egli comprendeva che realizzare una buona fotografia non era sufficiente. Bisognava archiviarla, distribuirla, pubblicarla e permetterle di circolare. La fama di Yan cominciò da qui.
4. Dal fotogiornalismo alla fotografia sportiva: Il Grand Prix di Pau del 1949 e le fotografie di Juan Manuel Fangio.
Negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale Dieuzaide lavorò intensamente per la stampa. Politica, celebrazioni pubbliche, sport, industria e vita culturale diventavano occasioni per alimentare un archivio che sarebbe cresciuto rapidamente. Fu in quel periodo che Dieuzaide entrò in contatto con alcuni dei principali ambienti della fotografia francese. Partecipò al Groupe des XV: un collettivo fondato nel 1946 da quindici fotografi umanisti francesi (tra cui Robert Doisneau, Willy Ronis, René-Jacques ), ma a differenza di molti colleghi, però, egli decise di non trasferirsi definitivamente a Parigi. Rimase legato al sud-ovest della Francia e soprattutto a Tolosa. Alcuni decenni più tardi sarebbe stato proprio lui a trasformare Tolosa in uno dei principali centri europei dedicati alla cultura fotografica.

Tra i primi campi nei quali Yan si fece conoscere ci fu la fotografia sportiva. Nei fine settimana seguiva competizioni e manifestazioni, quindi inviava rapidamente le fotografie alla stampa, utilizzando anche il belinografo ( un apparecchio inventato da Édouard Belin nel 1907 per la trasmissione a distanza di fotografie tramite linee telefoniche o radio, considerato l’antenato diretto del fax ). Nel 1949 seguì il Gran Premio di Pau, uno degli appuntamenti più importanti della stagione europea. Protagonista della gara era l’argentino Juan Manuel Fangio, che avrebbe dominato il Gran Premio al volante di una Maserati 4CLT/48.

Dieuzaide non si limitò a fotografarlo durante la corsa. Il suo reportage comprende momenti più informali, capaci di mostrare l’uomo dietro il campione. Le Archives municipales de Toulouse conservano, per esempio, una curiosa fotografia di Fangio mentre viene rasato prima della gara che vincerà poche ore dopo. Un’altra delle immagini più celebri mostra invece il pilota mentre attraversa vittorioso il traguardo del circuito di Pau.


È proprio questa capacità di alternare azione e quotidianità a rendere interessante il reportage. Per Dieuzaide lo sport non era soltanto velocità: il vero soggetto rimaneva l’essere umano. La fotografia di Fangio vincitore del Grand Prix di Pau del 1949 è oggi una delle immagini sportive più note della prima fase della carriera di Yan.


5. I viaggi nel sud della Spagna: un mondo lontano dall’Europa moderna.
All’ inizio degli anni Cinquanta la carriera di Jean Dieuzaide cambiò nuovamente direzione grazie all’editoria. La collaborazione con le Éditions Arthaud gli aprì la strada alla grande fotografia di viaggio. Dopo il lavoro dedicato alla Gascogna, nel 1951 ricevette l’incarico di fotografare il sud della Spagna per un volume illustrato. Partì insieme alla moglie Jacqueline Manuguet, sposata l’anno precedente e destinata a diventare una figura fondamentale nella gestione dell’attività e dell’archivio del fotografo. Il viaggio conduceva i due attraverso una Spagna ancora profondamente segnata dalla guerra civile e dall’isolamento della dittatura franchista.


Dieuzaide trovò una società in larga parte rurale, assai distante dall’Europa industrializzata che stava rapidamente nascendo al di là dei Pirenei. Strade, mercati, processioni, contadini, artigiani, venditori ambulanti, bambini e feste popolari entrarono nel suo obiettivo. Ma ciò che interessava maggiormente il fotografo non era costruire un repertorio turistico di curiosità esotiche. Il suo sguardo apparteneva alla tradizione della fotografia umanista francese: cercava gesti, volti, dignità, relazioni tra le persone e ambienti nei quali la presenza umana diventava parte integrante della composizione.


Uno dei capitoli più importanti del viaggio spagnolo fu realizzato a Granada, sulle colline del Sacromonte. Qui Dieuzaide entrò nel mondo della comunità gitana, fotografandone abitazioni, feste, danze e vita quotidiana. Le grotte del Sacromonte, tradizionalmente abitate da famiglie gitane, costituivano un ambiente visivamente straordinario, ma il fotografo cercò soprattutto di costruire immagini fondate sull’incontro con le persone.

La fotografia più famosa della serie di immagini scattate al Sacromonte è : “La Gitane de Sacromonte” che ritrae una donna gitana (identificata storicamente come Conchita del Sacromonte) all’interno di una grotta mentre allatta orgogliosamente il proprio bambino. Il ritratto della giovane donna è diventato una delle fotografie simbolo dell’intera carriera di Dieuzaide e continua a comparire nelle retrospettive dedicate alla fotografia umanista francese. Altre immagini documentano ballerine all’interno delle cuevas del Sacromonte, famiglie e scene della quotidianità.

Queste fotografie raccontano un interesse che avrebbe accompagnato Dieuzaide a lungo: quello per le comunità marginali, i mestieri tradizionali e i modi di vita che la modernizzazione europea stava progressivamente trasformando.

La Portela da Canda (o Alto da Canda) è un importante passo di montagna situato a 1.262 metri di altitudine, che segna il confine geografico e amministrativo tra la provincia di Zamora (comunità di Castiglia e León) e la provincia di Ourense (Galizia), nel nord-ovest della Spagna.
6. L’incontro con Salvador Dalí e la nascita di “Dalí dans l’eau”.
Il viaggio attraverso la Spagna portò Dieuzaide anche in Catalogna. Nel 1953, durante il lavoro legato alla Spagna del Levante, raggiunse Port Lligat, nei pressi di Cadaqués, dove viveva Salvador Dalí. Da quell’incontro nacque uno dei ritratti fotografici più celebri del pittore surrealista. Lo stesso Dieuzaide raccontò molti anni dopo la curiosa origine della fotografia. Arrivato alla casa di Dalí, si sentì inizialmente rispondere che il pittore non amava essere fotografato. Yan però non rinunciò. Tornò alla porta proponendo un’idea precisa: voleva realizzare “Dalí nell’acqua”.

Il pittore uscì indossando un accappatoio ma avrebbe dichiarato di non amare l’acqua. Dieuzaide lo provocò allora chiedendogli perché si fosse presentato proprio in accappatoio. Alla fine Dalí scese verso il mare, si tolse la veste e si immerse nell’acqua bassa. Il risultato è il celebre “Dalí dans l’eau, Port Lligat, 1953”: il volto del pittore emerge dal mare, lo sguardo spalancato rivolto verso l’alto e i celebri baffi ornati di piccoli fiori. In una successiva intervista Dieuzaide ricordò che si trattava di fiori di gelsomino, mentre molte didascalie e pubblicazioni li hanno descritti come margherite.

La fotografia è straordinaria perché non tenta di normalizzare Dalí. Al contrario, Dieuzaide utilizza il linguaggio del pittore stesso: teatralità, assurdo, ironia e sorpresa. È un ritratto fotografico che sembra quasi una piccola performance surrealista.


Salvador Dalì, Port Lligat, Catalogna, 1953. Foto Jean Dieuzaide.
Il rapporto tra i due artisti, però, ebbe anche un capitolo molto meno amichevole. Dieuzaide aveva realizzato una celebre fotografia dell’interno della chiesa dei Jacobins di Tolosa, mostrando le nervature della volta che si aprono sulla sommità di una colonna come le fronde di una gigantesca palma. L’immagine divenne nota come il “Palmier des Jacobins”. Quando nel 1957 Dalí realizzò il monumentale dipinto dedicato a San Giacomo il Grande, Dieuzaide ritenne che il pittore avesse utilizzato proprio quella fotografia come riferimento per la struttura prospettica dell’opera.


“Santiago el Grande” ( Foto di Aldo Durazzi )
La vicenda divenne pubblica nel 1958 e alimentò per anni una polemica sui rapporti tra fotografia e pittura, copia e ispirazione. Lo stesso Dieuzaide ricordò che Dalí non gli aveva permesso di entrare nello studio proprio mentre stava lavorando al dipinto. È una curiosità particolarmente significativa perché mostra quanto, già a metà Novecento, il confine tra fotografia come semplice documento e fotografia come creazione artistica fosse diventato problematico.
7.Il Portogallo: pescatori, donne, bambini e portatori di ceste.
Dopo la Spagna, il Portogallo divenne uno dei territori più importanti nella fotografia di viaggio di Jean Dieuzaide. Le campagne fotografiche principali risalgono agli anni Cinquanta e furono nuovamente legate alla collaborazione con l’editore Arthaud. Dieuzaide percorse un Paese ancora prevalentemente rurale e marittimo, lontano dal turismo di massa che ne avrebbe trasformato molte località negli anni successivi.


Quando, all’inizio degli anni ’50, Jean Dieuzaide si mette in viaggio lungo le strade secondarie del Portogallo, allora sotto la dittatura di Salazar, ha appena trent’anni ma possiede già una solida cultura fotografica. Dal punto di vista visivo, il Paese gli appare come un Eden in cui poter mettere in pratica la sua sensibilità umanistica e il suo approccio, al contempo neorealista e formalista. Attento agli incontri di ogni tipo, coglie con spontaneità la quotidianità, il lavoro e le feste di un popolo di cui, da uomo del Sud, comprende e ama immediatamente l’anima profonda.


Particolare attenzione fu dedicata alle comunità costiere di Nazaré, Setúbal, Vieira de Leiria e ad altre località nelle quali la pesca dominava l’economia quotidiana. Le sue fotografie mostrano uomini che tirano le reti, pescatori immersi nell’acqua, pesci messi a essiccare, barche, mercati e famiglie. Gli Archives municipales de Toulouse conservano, tra le altre, la fotografia realizzata nel 1954 a Vieira de Leiria di un pescatore in piedi nell’acqua mentre lancia la rete.



Tra le immagini più caratteristiche della serie portoghese vi sono quelle delle donne che trasportano grandi carichi o ceste in equilibrio sulla testa. Il cesto non è soltanto un elemento pittoresco: racconta l’organizzazione concreta del lavoro nelle comunità costiere. Le donne trasportavano acqua, pesce, merci, foraggio per gli animali, attrezzi da lavoro e talvolta perfino bambini, come abbiamo visto nelle immagini precedenti, diventando protagoniste fondamentali non solo per la loro famiglia ma anche per l’economia legata al territorio.


Una delle immagini più suggestive mostra una figura femminile di Nazaré nel 1954, perfettamente profilata contro un muro chiaro mentre trasporta un grande cesto sulla testa: l’elemento quotidiano viene trasformato dalla composizione di Dieuzaide in una silhouette quasi grafica. Studi dedicati alla rappresentazione fotografica del Portogallo degli anni Cinquanta hanno utilizzato proprio queste immagini come testimonianza delle consuetudini dell’epoca.


Sempre a Nazaré nacque un’altra delle fotografie più celebri di Dieuzaide: “La petite fille au lapin”, realizzata nel 1954. Una bambina guarda direttamente verso l’obiettivo stringendo un coniglio. Non c’è spettacolarizzazione della povertà, né costruzione artificiosa della scena. È la relazione tra fotografo e soggetto a creare l’immagine.

Dieuzaide affermò esplicitamente di non amare la fotografia “rubata”. Raccontando proprio l’incontro con la bambina portoghese spiegò che la piccola non aveva posato nel senso tradizionale del termine, ma sottolineò di non aver mai voluto fotografare qualcuno contro la sua volontà. Per lui il ritratto era soprattutto un incontro. Questo principio aiuta a comprendere buona parte della sua fotografia umanista: la macchina fotografica non deve trasformare le persone in oggetti, ma costruire una relazione tra chi guarda e chi viene guardato.



Le fotografie realizzate in quegli anni portarono Dieuzaide ai vertici della fotografia francese. Nel 1955 fu il primo vincitore del Prix Niépce, appena istituito dall’associazione Gens d’Images, e furono proprio le immagini realizzate in Portogallo a fargli conquistare il prestigioso premio. Il riconoscimento sancì definitivamente il passaggio di Yan dalla dimensione del fotoreporter regionale a quella di autore riconosciuto sulla scena nazionale.


8. Gli altri viaggi: Turchia, Sardegna, Madeira e oltre Europa.
La penisola iberica fu soltanto l’inizio. Grazie soprattutto agli incarichi editoriali, Dieuzaide intraprese numerosi viaggi. Dopo il Portogallo raggiunse la Turchia nel 1955, la Sardegna nel 1956, l’isola di Madeira e poi il confine francese e numerose regioni della Spagna, nella quale sarebbe tornato più volte. Le sue campagne fotografiche erano molto diverse dal turismo fotografico contemporaneo. Prima della partenza studiava accuratamente i luoghi, disponeva di un preciso programma editoriale e viaggiava con apparecchiature, pellicole e documentazione. Arrivato sul posto, però, lasciava spazio all’incontro e all’imprevisto.

Nel 1955 Jean Dieuzaide partì per la Turchia insieme alla moglie Jacqueline, per un lungo viaggio di circa tre mesi commissionato dalle Éditions Arthaud. Il percorso attraversò buona parte del Paese: dalle strade e dal porto di Istanbul all’Anatolia centrale, passando per la regione di Konya, la valle di Göreme in Cappadocia, la strada tra Ordu e Sivas e, più a sud, Antalya sulla costa mediterranea. Le fotografie superstiti permettono di seguire almeno in parte questo itinerario e mostrano quanto Dieuzaide fosse interessato non soltanto ai monumenti, ma soprattutto alla vita quotidiana: caffè, pescatori, artigiani, maniscalchi, contadini, carri, cavalli e persone incontrate lungo il cammino.

Altre fotografie mostrano la dimensione rurale dell’interno della Turchia, rivelando l’attenzione di Yan per quei momenti apparentemente ordinari nei quali riconosceva la vera identità di un luogo. Il figlio Michel Dieuzaide ha ricordato come proprio durante questi viaggi all’estero — Turchia compresa — si affermò con particolare evidenza la componente umanista dell’opera del padre. Era il periodo in cui il suo linguaggio umanista stava raggiungendo piena maturità: più che descrivere una Turchia “esotica”, cercava di raccontare l’uomo attraverso il lavoro, i gesti e il rapporto con il paesaggio.


Tra le immagini più celebri nate durante quel viaggio spicca La Chevauchée: nell’area di Konya e del lago di Beyşehir, Dieuzaide fotografò un gruppo di cavalli lanciati al galoppo nella vastità dell’Anatolia , trasformando una scena rurale in una composizione di straordinaria forza poetica. La fotografia è costruita attraverso un forte controluce che trasforma uomini e animali in sagome quasi sospese nel paesaggio. Le figure scure degli animali si stagliano contro una luce quasi abbagliante, mentre polvere, movimento e controluce cancellano molti dettagli e rendono l’immagine quasi sospesa tra realtà e sogno.

In Sardegna, visitata nel 1956 per un incarico editoriale, Dieuzaide tornò ancora una volta sugli stessi temi: volti, lavoro, riti, comunità, relazioni ,vita quotisiana e paesaggio. Le Archives municipales de Toulouse considerano proprio questo periodo uno dei momenti più pienamente “umanisti” della sua produzione. Nel 2026, la grande mostra di Nuoro “YAN, 1956” ha definitivamente riconosciuto il grande lavoro documentario del reportage che Dieuzaide realizzò percorrendo l’isola settant’anni fa.


Per conoscere la storia completa, e visionare le immagini più suggestive, del Reportage di Dieuzaide in Sardegna nel 1956, leggi l’articolo : Jean Dieuzaide in Sardegna: lo sguardo umanista sull’isola degli anni CInquanta.
Tra i viaggi realizzati da Jean Dieuzaide negli anni Cinquanta per i suoi incarichi editoriali vi fu anche quello nell’arcipelago portoghese di Madeira, inserito nel più ampio lavoro che il fotografo dedicò al Portogallo per l’editore Benjamin Arthaud. Le fonti e le stampe conservate documentano immagini madeirensi realizzate tra il 1954 e il 1956, con particolare attenzione a Câmara de Lobos, antico villaggio di pescatori sulla costa meridionale dell’isola. Qui Dieuzaide ritrovò alcuni dei temi che più lo affascinavano: il lavoro manuale, il rapporto fra l’uomo e il mare, le barche, le reti e i momenti di riposo delle comunità locali.

Proprio a Câmara de Lobos realizzò nel 1956 una delle fotografie più note della serie, Le Dimanche du pêcheur, dedicata alla vita dei pescatori nel giorno di riposo. Il paesaggio aspro dell’isola, con le montagne che precipitano verso l’Atlantico e i piccoli insediamenti costieri, offriva al fotografo uno scenario ideale per fondere reportage e ricerca estetica. Anche a Madeira, come già in Spagna e nel Portogallo continentale, Dieuzaide evitò la semplice immagine turistica, preferendo raccontare gesti, volti e abitudini quotidiane, trasformando una comunità di pescatori in una testimonianza poetica dell’Europa mediterranea del dopoguerra.

Le fotografie che Dieuzaide scatta in ogni luogo che visita hanno dei temi comuni; documentano mercati, feste, religione, lavoro, architettura, agricoltura, pescatori e vita familiare e paesaggi. Negli anni successivi Jean Dieuzaide estende i suoi viaggi ulteriormente: Svizzera, Stati Uniti, Africa, Giappone, Taiwan e Finlandia. Le fotografie realizzate in questi luoghi sono ben catalogate e conservate nel vastissimo archivio del fotografo.

9. L’incontro di Dieuzaide con l’arte romanica.
A partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta un’altra grande passione cominciò a occupare Dieuzaide: l’arte romanica. Chiese, abbazie, chiostri, capitelli e sculture medievali gli offrivano un soggetto ideale per studiare ciò che considerava essenziale nella fotografia: la luce. Per Dieuzaide fotografare un edificio significava comprenderne il rapporto con la materia e con lo spazio. Le pareti non erano semplicemente superfici; diventavano strutture sulle quali la luce disegnava volumi, ombre e geometrie.


La collaborazione con le prestigiose Éditions Zodiaque lo portò a fotografare numerosi monumenti romanici europei. Tra il 1958 e il 1963 realizzò le fotografie per sei volumi dedicati al patrimonio medievale. Era un lavoro molto diverso dai reportage di strada, eppure il principio era lo stesso: osservare attentamente e aspettare che la luce rivelasse ciò che normalmente rimane invisibile.
Alcuni dei volumi dedicati al patrimonio medievale francese, con fotografie di Jean DIeuzaide. Li puoi trovare su Amazon in formato Kindle insieme a molti agli altri.
Il culmine di questo periodo arrivò con “ Catalogne romane”, monumentale opera dedicata all’arte romanica catalana con fotografie di Jean Dieuzaide e testi di Eduard Junyent, pubblicata dalle Éditions Zodiaque. Nel 1961 il photobook “Catalogne romane” vinse il Premio Nadar ( premio istituito dall’associazione Gens d’Images), uno dei più prestigiosi riconoscimenti francesi dedicati al libro fotografico [ per saperne di più sul Premio Nadar e sui suoi vincitori leggi l’articolo: Il Premio Nadar: Storia ed evoluzione del Photobook attraverso i lprestigioso premio fotografico francese ].


Due diverse edizioni del volume “Catalogne Romane” con fotografie di Jean Dieuzaide, fotolibro con quale quest’ultimo vinse il Premio Nadar nel 1961. Il volume è oggi difficilmente reperibile.
Il premio assume un significato ancora maggiore se si considera che Dieuzaide aveva già vinto il Premio Niépce, fondato anch’esso dall’associazione Gens d’Images, nel 1955. Per decenni rimase quindi una delle rarissime figure capaci di conquistare entrambi i principali riconoscimenti fotografici francesi. Con il Premio Nadar veniva riconosciuta non soltanto la qualità tecnica delle immagini, ma la capacità di Dieuzaide di trasformare la fotografia di architettura in una vera interpretazione poetica dello spazio.
10. Il fotografo sperimentatore: dalle fotografie subacquee, al Brai, ai Centrichimigrammes.
Ridurre Dieuzaide alla fotografia umanista sarebbe però un errore. Dietro il reporter esisteva un instancabile sperimentatore. Già nel 1947, ben prima che le custodie subacquee diventassero attrezzature comuni, Dieuzaide sperimentava personalmente soluzioni tecniche per portare la macchina fotografica sott’acqua, segno di quella curiosità tecnologica che accompagnerà tutta la sua carriera. Le immagini realizzate con questo sistema furono pubblicate lo stesso anno sulla rivista Photo-Cinéma. Negli anni successivi sperimentò materiali, ingrandimenti, composizioni astratte e procedimenti fotografici privi persino della macchina fotografica.



Esperimenti di Jean Dieuzaide. Da sinistra: Lo straccio (panno per lavare il pavimenti) – Mais -Figura astratta, ottenuti combinando la stampa dell’immagine con gelatina al bromuro d’argento versato sulla carta fotografica.
Nel 1956, durante un reportage nelle miniere di Carmaux, Jean Dieuzaide rimase affascinato dal
brai, una sostanza nera, densa e vischiosa ottenuta come residuo della distillazione del catrame di carbone. Il processo industriale consisteva nel riscaldare il catrame separandone progressivamente le componenti più volatili: al termine rimaneva questa massa scura, lucida e collosa che, durante il raffreddamento e la solidificazione, formava colature, pieghe, bolle, crepe e riflessi continuamente diversi. Dieuzaide osservava e fotografava la superficie della materia, isolandone minuscole porzioni attraverso inquadrature molto ravvicinate e sfruttando la luce radente e i riflessi per trasformarle in paesaggi immaginari e forme quasi organiche.



Esperimenti di Jean Dieuzaide : immagini ottenute fotografando il Brai ( piccole aree di catrame solidificato).
Il risultato erano fotografie completamente astratte, dominate da neri profondissimi, zone lucide e improvvise aperture luminose, nelle quali una materia industriale apparentemente informe assumeva l’aspetto di corpi, paesaggi, grotte o visioni surreali, quasi cosmiche. Dieuzaide lavorò su questa ricerca tra la seconda metà degli anni Cinquanta e il 1960, ma esitò a lungo prima di mostrarla pubblicamente, considerandola una parte particolarmente intima e sperimentale della propria opera.

Particolarmente interessanti sono i Centrichimigrammes, realizzati, a partire dal 1971, una tecnica in cui si applicano agenti chimici direttamente sulla carta fotografica esposta alla luce, senza usare una macchina fotografica o un negativo. Il risultato erano immagini non figurative e irripetibili nelle quali la fotografia si avvicinava alla pittura astratta. Era la dimostrazione che l’autore della Gitane du Sacromonte e di Dalí dans l’eau non voleva essere confinato in un solo genere.


Esperimenti di Jean Dieuzaide : “Centrichimigrammes” ottenuti versando gelatina bromuro d’argento su carta fotografica esposta alla luce.
11. Altri progetti, interessi e curiosità su Jean Dieuzaide.
Un’ altra parte meno conosciuta del lavoro di Dieuzaide riguarda la fotografia industriale. Tolosa stava diventando una delle capitali europee dell’aeronautica e Dieuzaide seguì questa trasformazione attraverso numerosi incarichi professionali. Fotografò aziende, stabilimenti, innovazioni tecnologiche e il settore aeronautico.

Dieuzaide è stato il fotografo ufficiale della Sud Aviation. Ha lavorato a stretto contatto con l’azienda francese proprio durante lo sviluppo, i test e il lancio del Caravelle e, successivamente, del Concorde. Tra le immagini conservate negli archivi compare anche la presentazione del Concorde negli stabilimenti di Blagnac l’11 dicembre 1967.

Molti scatti della serie promozionale del Caravelle, sia in volo sui Pirenei sia a terra a Tolosa-Blagnac o durante i tour internazionali, portano ufficialmente la sua firma. Ancora una volta il suo archivio mette insieme due mondi apparentemente opposti: da una parte i mestieri tradizionali della Spagna e del Portogallo, dall’altra l’industria aerospaziale che annunciava il futuro. È proprio questa simultaneità a rendere il suo lavoro un documento eccezionale del Novecento.

La foto, scattata nel 1961 presso l’Aeroporto Internazionale O’Hare di Chicago, fu acquisita dalla United Airlines per la propria campagna pubblicitaria e stampa di materiali promozionali della linea aerea, per cui i crediti personali di Dieuzaide furono perduti con le pubblicazioni commerciali dell’immagine.
Tra gli episodi più curiosi della carriera di Dieuzaide figura il reportage realizzato il 22 maggio 1954 a Tolosa per il matrimonio dei funamboli Berthy Omankowsky e Roger Decugis. La cerimonia si svolse su un cavo sospeso a circa 35 metri di altezza sopra Place du Capitole. Per ottenere le fotografie Dieuzaide non si limitò a osservare dal basso. Per un incarico destinato anche alla rivista Life, raggiunse una posizione spettacolare accanto agli artisti, arrivando a fotografare la cerimonia praticamente sospeso nel vuoto. L’episodio dell’insolito matrimonio racconta bene il carattere del fotografo: curiosità, capacità tecnica e una notevole dose di coraggio.


Jean Dieuzaide, sulle spalle di un funambolo, fotografa un matrimonio, sospeso su Tolosa (1954).
Dieuzaide viene generalmente inserito nella grande corrente della fotografia umanista francese, insieme ad autori come Robert Doisneau, Willy Ronis ed Édouard Boubat. Ci sono buone ragioni per farlo. Nei suoi reportage l’essere umano rimane quasi sempre il centro dell’immagine. Non necessariamente una persona famosa: può essere una bambina portoghese, una gitana di Granada, un pescatore immerso nell’Atlantico, una donna che porta una cesta, un contadino o un venditore.

Tuttavia Dieuzaide possiede anche caratteristiche che lo distinguono. La sua fotografia è spesso più strutturata geometricamente, molto attenta alla luce e alla materia. Il viaggio, inoltre, assume un’importanza decisiva. Il suo umanesimo non consiste semplicemente nel cercare scene sentimentali. È piuttosto la convinzione che ogni esistenza, ogni mestiere e ogni gesto quotidiano possa diventare degno di essere osservato. È lo stesso principio con cui affronta una colonna romanica o una superficie di catrame: guardare abbastanza a lungo finché la realtà non rivela una forma inattesa.

Jean Dieuzaide fu un autentico militante della fotografia. Partecipò a gruppi e associazioni, organizzò incontri, conferenze e mostre e intervenne nelle discussioni sulla professione fotografica. Entrò a far parte del Groupe des XV: un collettivo fondato nel 1946 da quindici fotografi umanisti francesi (tra cui Robert Doisneau, Willy Ronis, René-Jacques ) che esposero le proprie opere a Parigi ogni anno fino al 1957, e che si impegnava a sostenere la fotografia come forma d’espressione artistica.

“La gente spesso pensa che sia necessario andare fino alla fine del mondo per fare il fotografo, ma la fotografia non è sinonimo di essere rimosso dal proprio ambiente abituale, ma ha anche a che fare con riscoprire le cose comuni della vita quotidiana che non possiamo più vedere, cose che non si prendono il tempo per vedere. Le migliaia di oggetti che condividono la nostra intimità hanno qualcosa da dirci, ma il nostro occhio non li ascolta: giocano con la luce per attirare la nostra attenzione, e sono sicuramente dispiaciuti per la nostra indifferenza, perchè si sentono parte di noi stessi “. – Jean Dieuzaide.
Dai primi anni Settanta Dieuzaide fu vicino al gruppo che contribuì alla nascita del festival Internazionale della Fotografia “ Les Rencontres d’Arles”. Partecipò alla vita della manifestazione frequentando fotografi, critici e curatori e documentando con il proprio apparecchio incontri, discussioni, mostre e momenti informali. Le sue fotografie di Arles costituiscono oggi una sorta di archivio dentro l’archivio: non raccontano soltanto il lavoro di Dieuzaide, ma la progressiva trasformazione della fotografia in istituzione culturale. Tra i protagonisti che attraversano queste immagini compaiono Brassaï, Jacques-Henri Lartigue, Robert Doisneau e numerose altre figure centrali della fotografia del Novecento.

12. Gli ultimi anni e l’eredità di Jean Dieuzaide.
La parte forse più importante dell’eredità di Jean Dieuzaide non riguarda una singola fotografia. Fin dal 1946 Dieuzaide faceva parte del Cercle des XII, un prestigioso e influente collettivo di fotografi e artisti con sede a Tolosa, attivo dal 1937 al 1989, al quale si deve la creazione di quella che fu la prima galleria pubblica in Francia interamente dedicata alla fotografia. Infatti, negli anni Settanta combatté affinché la fotografia avesse a Tolosa uno spazio pubblico dedicato esclusivamente alla propria storia e ai propri autori. La battaglia portò nel 1974 alla nascita della Galerie municipale du Château d’Eau, ricavata nell’antica torre idrica nei pressi della Garonna.

Dieuzaide fu direttore artistico della Galerie municipale du Château d’Eau per circa vent’anni, presentando quasi duecento fotografi, celebri o emergenti. Una delle prime mostre fu dedicata a Robert Doisneau. Il Château d’Eau trasformò Tolosa in un luogo fondamentale della cultura fotografica europea e dimostrò che per Dieuzaide essere fotografo significava anche creare spazi nei quali le fotografie degli altri potessero essere viste.

Dieuzaide amava pensare alla fotografia come a una vera “scrittura della luce”. La formula sintetizza perfettamente la sua opera. La luce è ciò che rende visibile il volto di de Gaulle contro l’ingresso scuro del Capitole; ciò che modella il volto della Gitana di Sacromonte; ciò che trasforma una donna portoghese con una cesta in una silhouette; ciò che costruisce le geometrie delle chiese romaniche. Ma la luce è anche lo strumento attraverso cui una situazione quotidiana viene trasformata in memoria.
“La mia gioia è quella di guardare le cose concatenate alla luce e fotografarle. La luce dona ricchezza a una forma, a un ragazzo, ad uno strumento. Fa vibrare tutto il mio essere intensamente.. Senza luce, nulla esiste, e non c’è più libertà. Con essa tutto è presente, semplice, preciso ….”.( Jean Dieuzaide)
In questo senso Dieuzaide appartiene alla generazione di fotografi che visse uno dei momenti decisivi della storia dell’immagine: partì da una fotografia ancora fortemente legata alla stampa e al reportage e assistette alla sua progressiva consacrazione come opera da museo e da galleria. E contribuì personalmente a quella trasformazione. Negli ultimi decenni della sua vita Dieuzaide continuò a fotografare, sperimentare, pubblicare ed esporre le sue opere. Sue mostre personali si tennero, negli anni Ottanta, non solo in Francia, ma anche a New York, Londra e Losanna.

Nel 1986 Dieuzaide chiuse il grande atelier professionale di Tolosa, ma non cessò l’attività creativa. Jean Dieuzaide morì il 18 settembre 2003, dopo aver continuato a fotografare praticamente fino agli ultimi anni. Nel settembre 2016 la famiglia donò alla città di Tolosa la maggior parte del suo fondo fotografico e artistico. Il patrimonio è oggi conservato dalle Archives municipales de Toulouse, che stanno progressivamente catalogando, digitalizzando e rendendo accessibili album, negativi e stampe. Soltanto il materiale conservato dall’istituzione occupa decine di metri lineari di scaffalature.

Infatti, una delle cifre che meglio permette di comprendere la straordinaria attività di Jean Dieuzaide riguarda le dimensioni del suo archivio. Le Archives municipales de Toulouse stimano una produzione nell’ordine di circa 500.000 documenti fotografici, realizzati nell’arco di quasi sessant’anni. E non si tratta di un accumulo casuale. Dieuzaide sviluppò molto presto un sistema preciso di classificazione. Dopo lo sviluppo delle pellicole realizzava i provini a contatto, selezionava le immagini, assegnava numeri e codici, collocava i negativi in apposite buste e inseriva i provini negli album tematici.

Reportage, sport, artisti, paesi, agricoltura, Tolosa, architettura, fotografia aerea: ogni soggetto trovava il proprio posto. Questa ossessione per l’archivio è una delle ragioni per cui oggi è possibile ricostruire con grande precisione il percorso professionale del fotografo.
13. Conclusione: perché riscoprire Jean Dieuzaide.
Jean Dieuzaide è una delle figure più ricche e al tempo stesso meno conosciute fuori dalla Francia nella fotografia europea del Novecento. La sua carriera attraversa reportage, ritratto, viaggio, sport, industria, architettura e sperimentazione senza perdere una precisa coerenza. Dietro ogni fotografia emerge la convinzione che il mondo meriti di essere osservato con attenzione.
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La vita di Dieuzaide è disseminata di episodi che sembrano riassumere perfettamente la sua personalità. Da adolescente costruiva aeromodelli e sognava l’aviazione; pochi decenni più tardi avrebbe fotografato l’industria aeronautica di Tolosa e il Concorde. Progettò un sistema per la fotografia subacquea quando le attrezzature impermeabili erano ancora una rarità. Fotografò un matrimonio sospeso decine di metri sopra Place du Capitole. Convinse Salvador Dalí, che inizialmente non voleva essere fotografato, a entrare nell’acqua per creare uno dei suoi ritratti più celebri.
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La Liberazione di Tolosa gli insegnò che la fotografia poteva diventare memoria storica. Il ritratto di de Gaulle dimostrò la sua forza pubblica. Fangio gli permise di raccontare il mito sportivo attraverso l’uomo. Nei gitani dell’Andalusia e nelle comunità portoghesi trovò un’umanità legata ai gesti e alle tradizioni. Con Dalí trasformò il ritratto in teatro. Nell’arte romanica scoprì invece una fotografia fatta quasi esclusivamente di pietra, silenzio e luce.
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Fu reporter, fotografo industriale, ritrattista, paesaggista e interprete dell’architettura medievale. Vinse il Prix Niépce nel 1955 e il Prix Nadar nel 1961. Sperimentò fotografie astratte realizzate senza macchina fotografica e, nello stesso tempo, trascorse anni a documentare con rigore quasi scientifico monumenti e città. Soprattutto, decise di non costruire la propria carriera esclusivamente a Parigi. Rimase legato a Tolosa e contribuì a farne una città della fotografia.
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Con la fondazione del Château d’Eau di Tolosa fece, infine, qualcosa che va oltre la propria opera: costruì uno spazio perché anche le fotografie degli altri potessero essere riconosciute come arte. Forse è proprio questa la chiave per comprendere Jean Dieuzaide. Yan non fu semplicemente un uomo che produsse fotografie: fu un uomo che dedicò l’intera esistenza a convincere gli altri del valore della fotografia. E, guardando oggi il suo immenso archivio, si comprende quanto quella battaglia sia stata importante.






























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