“C’è un istante in cui tutto ciò che un uomo è — mente, cuore, spirito — si riflette nei suoi occhi. È questo, l’attimo che io cerco.” — Yousuf Karsh

Yousuf Karsh nacque nel 1908 a Mardin, in Anatolia, nell’allora Impero Ottomano, in una famiglia armena costretta a vivere in un periodo di profonda instabilità politica e persecuzioni. Durante il genocidio armeno, la sua famiglia fuggì attraverso il deserto per sopravvivere. Quell’esperienza di sofferenza e resilienza avrebbe inciso profondamente sulla sua sensibilità artistica. Giunto in giovane età in Siria e poi in Libano, Karsh imparò a osservare gli esseri umani con compassione e attenzione emotiva — tratti che più tardi avrebbero definito la sua fotografia. La luce, nella sua arte, non fu mai solo un elemento tecnico, ma una metafora della speranza che egli stesso aveva vissuto dopo le tenebre della guerra.

Nel 1924, a soli sedici anni, Yousuf Karsh emigrò in Canada, a Sherbrooke, nel Québec. Qui trovò un nuovo inizio e una guida: suo zio, George Nakash, possedeva uno studio fotografico dove il giovane imparò i rudimenti della macchina fotografica, dello sviluppo in camera oscura e della gestione della luce artificiale. Fu lì che scoprì la magia della luce, intuendo che la fotografia poteva essere un linguaggio di verità e compassione. Karsh capì subito che la fotografia poteva essere più di un mestiere: era un linguaggio per raccontare la dignità e la forza delle persone. Quegli anni canadesi gettarono le basi per una carriera destinata a trasformare il concetto stesso di ritratto fotografico.

Consapevole dei propri limiti e desideroso di perfezionarsi, Yousuf Karsh si trasferì a Boston per studiare con John H. Garo, uno dei ritrattisti più rispettati dell’epoca. Garo gli trasmise la passione per la composizione classica e per l’uso del chiaroscuro ispirato alla pittura rinascimentale. Nei tre anni trascorsi al suo fianco, Karsh imparò che la fotografia non consisteva soltanto nel “vedere”, ma nel “comprendere”. Garo lo incoraggiava a leggere, a studiare le arti e ad ascoltare musica per affinare la sensibilità estetica. In quegli anni, Karsh sviluppò l’idea che il ritratto dovesse rivelare non solo l’aspetto di una persona, ma la sua interiorità.

Nel 1931, Yousuf Karsh tornò in Canada e aprì il suo primo studio fotografico a Ottawa, inaugurando una carriera che avrebbe riscritto la storia del ritratto fotografico. Lì iniziò a fotografare amici, attori, scrittori e figure locali. Il suo approccio distinto — un equilibrio tra rigore tecnico e profonda empatia — attirò presto l’attenzione. La capitale canadese, frequentata da politici e diplomatici, offriva al giovane fotografo un terreno fertile per costruire la sua reputazione. Karsh dedicava ore alla preparazione di ogni scatto, studiando le caratteristiche del soggetto e le condizioni di luce ideali. Già allora la sua firma cominciava a emergere: uno stile nitido, teatrale e intenso, che metteva al centro la psicologia del volto.


Il primo grande riconoscimento arrivò quando il Primo Ministro canadese William Lyon Mackenzie King notò il talento di Karsh e lo invitò a documentare eventi governativi. Questa opportunità lo introdusse ai più alti ambienti politici, aprendo la strada a incontri con personalità internazionali. Karsh si rese conto che i potenti non erano solo figure pubbliche, ma esseri umani pieni di fragilità e orgoglio. Fu proprio la capacità di umanizzare i grandi della storia a renderlo unico. La sua fama crebbe rapidamente e, nel giro di pochi anni, il suo nome divenne sinonimo di ritratto d’autore.

I. Yousuf Karsh : I Ritratti Celebri e il Dialogo con la Storia
I1. Winston Churchill – Il Leone Ruggente
Il 30 dicembre 1941 segnò la svolta della carriera di Yousuf Karsh e la sua consacrazione. In occasione di un discorso di Winston Churchill al Parlamento di Ottawa, Karsh ebbe l’occasione di fotografare il premier britannico. Durante la sessione, Karsh tolse bruscamente il sigaro dalle labbra di Churchill poco prima dello scatto, sorprendendolo e catturandone l’ira controllata che diede a Churcill un’espressione fiera e indomita, l’ orgoglio quasi scultoreo del leader che sfidava la guerra. Il risultato, intitolato “The Roaring Lion”, divenne una delle immagini più iconiche del XX secolo.

In un solo ritratto, Karsh seppe condensare la personalità di un leader e l’essenza stessa della resistenza britannica. Da quel giorno, il mondo conobbe il fotografo come “l’uomo che aveva fotografato l’anima di Churchill”. Il ritratto di Winston Churchill rimane uno dei più celebri della storia, è stato riprodotto in innumerevoli contesti, persino su valuta. La foto di Karsh fece il giro del mondo e lo stesso Churchill, pur inizialmente sorpreso, ne riconobbe la potenza simbolica e chiese una copia per sé.
I2. Albert Einstein – Il volto del genio
Nel 1948 Yousuf Karsh fotografò Albert Einstein a Princeton. Il ritratto mostra il fisico con un’espressione malinconica e assorta, le mani intrecciate in un gesto di meditazione. Non c’è ostentazione, solo umanità. Karsh raccontò di aver parlato con Einstein della pace e del destino dell’uomo, e di aver percepito in lui una tristezza profonda per l’uso distruttivo delle sue scoperte. In quell’immagine, la luce delicata e la compostezza del volto restituiscono un genio fragile e consapevole. È forse uno dei ritratti più sinceri e intimi mai realizzati di Einstein, e testimonia la capacità di Karsh di cogliere l’anima del suo soggetto.

colse la malinconia del genio consapevole della fragilità umana.
I3. Pablo Picasso – Il potere dell’ispirazione
Ritrarre Pablo Picasso non era impresa facile. Karsh lo incontrò a Vallauris nel 1954. Il pittore, diffidente verso i fotografi, si lasciò convincere solo dopo una lunga conversazione sull’arte e sulla luce. Karsh lo fotografò nel suo studio, circondato dalle sue opere. La luce laterale disegna il profilo potente del volto, mentre lo sguardo diretto trasmette energia creativa e mistero. In quell’immagine, Karsh colse il paradosso dell’artista: l’uomo geniale e l’uomo comune, uniti nello stesso sguardo. Il ritratto di Picasso divenne un’icona del dialogo tra due arti: la pittura e la fotografia.

I4. Audrey Hepburn – Grazia e introspezione
Nel 1956, Yousuf Karsh immortalò Audrey Hepburn, allora già simbolo di eleganza e dolcezza. Diversamente da molti fotografi di moda, Karsh non cercò di esaltare la sua bellezza esteriore, ma la sua grazia interiore. La pose con un leggero abbassamento dello sguardo, in una luce morbida e raccolta, ottenendo un ritratto di rara delicatezza. Lo sguardo assorto e la postura naturale esprimono la semplicità e l’intelligenza della Hepburn, trasformandola da icona glamour a figura poetica. Karsh dimostrò ancora una volta di saper catturare non il personaggio, ma la persona.

I5. Ernest Hemingway – La forza della natura umana
Nel 1957 Yousuf Karsh raggiunse Ernest Hemingway a Cuba. Lo scrittore lo accolse nella sua casa, vestito con un semplice maglione a collo alto. Karsh, affascinato dal suo carattere rude, scelse di fotografarlo così, senza abbellimenti. La luce radente scolpisce il volto e le mani, trasformando il suo corpo in una mappa di esperienze. In quello sguardo si leggono la fatica, il coraggio e la vulnerabilità di un uomo che aveva vissuto intensamente. Karsh riuscì a trasformare il mito in un essere umano: il ritratto divenne un’icona della letteratura e della fotografia del Novecento.

II. Yousuf Karsh : Tecniche, Stile e Filosofia del Ritratto
Per Karsh, il ritratto non era mai un semplice esercizio estetico: era un incontro psicologico. Credeva che ogni volto racchiudesse una storia, e che il compito del fotografo fosse svelarla con rispetto e intuizione. Prima di ogni sessione, parlava a lungo con il soggetto per metterlo a suo agio e scoprire qualcosa della sua essenza. Non cercava di dominare la scena, ma di ascoltare e osservare.

Karsh sosteneva che l’arte del ritratto consistesse nel “cogliere il momento in cui la maschera cade e l’anima si mostra”. Questa visione lo distinse da molti contemporanei più freddi o tecnicisti. Ogni immagine di Karsh è un dialogo visivo, un equilibrio perfetto tra potere e intimità. Karsh vedeva il ritratto come un atto di partecipazione reciproca tra fotografo e soggetto, non solo una registrazione fredda di un volto.


Una delle caratteristiche più riconoscibili dello stile di Karsh è il suo magistrale uso della luce e dell’ombra. Egli paragonava la luce alla voce di un attore: modulabile, espressiva, capace di comunicare emozioni. Nelle sue fotografie, le luci modellano i volti con precisione scultorea, facendo emergere linee, rughe e sguardi che raccontano. Karsh preferiva utilizzare fonti di luce continua, spesso lampade tungsteno, che gli permettevano di controllare con cura l’intensità e la direzione e modellare i volti con precisione scultorea. Ogni ombra era intenzionale, ogni riflesso studiato. Il suo stile “caravaggesco” trasformò la fotografia di ritratto in un’arte della rivelazione interiore.



Karsh è ricordato come un maestro assoluto della luce controllata. Mentre molti fotografi del suo tempo si affidavano alle fonti naturali, egli prediligeva le luci artificiali controllate, perché gli consentivano di vedere in tempo reale gli effetti su pelle e tessuti. Ogni riflesso, ogni sfumatura era calibrata con la precisione di un pittore fiammingo. La sua capacità di scolpire il volto con la luce fece scuola: non era la quantità di luce a contare, ma la qualità e la direzione. Spesso usava un’unica fonte principale e pannelli riflettenti per ottenere il giusto equilibrio tra dramma e naturalezza. Questa scelta contribuì a creare ritratti dal carattere cinematografico, intensi e tridimensionali.



La tecnica di Karsh si fonda su illuminazione drammatica, pose minimali e grande attenzione alla psicologia del soggetto. Il suo stile unico, basato sul contrasto tra luce e ombra, deriva anche dall’influenza delle arti teatrali e pittoriche, che egli studiò intensamente. Karsh non scattava mai a caso: studiava i suoi soggetti in anticipo per comprendere la loro personalità e creare un ritratto che fosse una vera rappresentazione dell’anima. Sebbene famoso per i personaggi illustri, egli stesso affermò che la fotografia deve rivelare “il cuore e la mente” del soggetto, non solo la somiglianza fisica.



Karsh sosteneva che la fotografia non fosse mai un atto impulsivo. La pazienza, diceva, è la virtù del fotografo. Spesso aspettava a lungo prima di scattare, in silenzio, finché il soggetto non mostrava un’espressione autentica. Quel momento, invisibile a chi non sa guardare, era per lui la vera essenza del ritratto. Il tempo diventava parte integrante del processo creativo: “C’è un istante, brevissimo, in cui tutto ciò che una persona è — mente, cuore, spirito — si riflette nei suoi occhi. È quello che cerco.” Questa filosofia rese i suoi ritratti eterni, vivi anche decenni dopo.


Karsh lavorava quasi sempre con macchine a grande formato, come la 8×10 Calumet o Deardorff, che gli permettevano di ottenere una definizione e una profondità di campo eccezionali. Lente e pesanti, queste fotocamere obbligavano a scattare con calma e riflessione. Ogni fotografia richiedeva preparazione, concentrazione, silenzio. Karsh considerava la macchina non solo un mezzo tecnico, ma un’estensione del proprio sguardo: un ponte tra sé e l’altro. Ogni scatto era frutto di una relazione, di un dialogo interiore. Per lui, la fotografia ritrattistica era un esercizio di empatia, una forma d’ascolto in cui la tecnica serviva a rivelare, non a nascondere.



Prima di ogni sessione fotografica, Yousuf Karsh si documentava minuziosamente sulla persona da ritrarre. Leggeva le loro opere, seguiva le loro interviste, osservava i loro gesti pubblici. Voleva entrare in sintonia con il soggetto per poterlo “riconoscere” nel momento dello scatto. Non era interessato alla semplice somiglianza, ma all’essenza psicologica. Spesso passava mezz’ora o più in conversazione con il soggetto prima di accendere una sola luce. In questo modo riusciva a catturare un momento di verità, quell’attimo in cui la personalità autentica affiorava. La fotografia, per Karsh, era un dialogo silenzioso, una forma di conoscenza reciproca.


Ogni ritratto di Karsh è una lezione di composizione. Nulla è casuale: l’inclinazione della testa, la posizione delle mani, la distanza dallo sfondo, tutto concorre a creare equilibrio e intensità. Spesso utilizzava fondali neutri per concentrare l’attenzione sull’espressione e sugli occhi, che definiva “il luogo dove si manifesta l’anima”. Il suo stile, elegante e misurato, evitava effetti superflui: non servivano scenografie o colori per raccontare la grandezza di un individuo. Il suo bianco e nero era un linguaggio emotivo, capace di restituire dignità e carattere a ogni soggetto, dal politico al poeta, dallo scienziato all’attore.



Contrariamente all’idea diffusa che il fotografo si limiti allo scatto, Karsh considerava lo sviluppo e la stampa fasi altrettanto creative. Passava ore in camera oscura per perfezionare contrasti, dettagli e tonalità. Spesso eseguiva ritocchi manuali per ottenere la precisione espressiva che cercava. Ogni stampa era curata come un’opera d’arte, firmata e numerata. Questo approccio artigianale fece sì che le sue immagini conservassero un’impronta intima, irripetibile. Karsh diceva: “La camera oscura è l’estensione dell’occhio del fotografo.” E in effetti, ogni sua fotografia è un incontro tra la verità del momento e la visione poetica del suo autore.


Karsh rimase fedele al bianco e nero per la maggior parte della sua carriera, anche quando la fotografia a colori diventava popolare. Per lui, il colore distraeva dall’essenza del volto umano. Credeva che le sfumature di grigio avessero una potenza narrativa superiore, capace di evocare introspezione e profondità. Il bianco e nero gli consentiva di enfatizzare la luce, la struttura, la tensione emotiva del ritratto. In questa scelta estetica vi era anche un valore morale: togliere il superfluo per arrivare all’essenziale, spogliando la fotografia di ogni artificio per restituire l’uomo alla sua verità.


Tuttavia, nel corso degli anni, Yousuf Karsh si fece “tentare” dall’uso del colore; ma solo in rarissime occasioni. A partire dagli anni Cinquanta iniziò, infatti, a sperimentare con pellicole a colori, soprattutto per riviste e commissioni editoriali. Tuttavia, usava il colore con estrema misura, mantenendo sempre il controllo sulla luce e sulle tonalità per non tradire il suo linguaggio originario.

Nei ritratti a colori, Karsh non cercava l’effetto spettacolare: il colore serviva come accenno emotivo, mai come distrazione. Preferiva toni caldi, naturali e sobri, che esaltassero la pelle e la presenza del soggetto. Anche quando lavorava a colori, la sua filosofia restava immutata: catturare l’essenza dell’anima, non l’apparenza esteriore.


III. Yousuf Karsh : L’Eredità Artistica e l’Impatto sulla Fotografia Contemporanea
In oltre sessant’anni di carriera, Yousuf Karsh realizzò oltre 15.000 ritratti e più di 250.000 negativi. La sua collezione, oggi conservata in parte alla Library and Archives Canada e al Museum of Fine Arts di Boston, rappresenta un archivio visivo del XX secolo. Ogni ritratto è una finestra sulla storia, un documento che unisce arte e testimonianza. L’attenzione maniacale per la qualità del negativo e della stampa rende le sue opere un modello di rigore tecnico. L’intero corpus di Karsh è oggi studiato non solo come patrimonio fotografico, ma come fonte storica e antropologica di valore inestimabile.


Oltre che fotografo, Karsh fu un grande comunicatore. Tenne conferenze, lezioni e mostre in tutto il mondo, spiegando ai giovani artisti l’importanza della preparazione e dell’etica nel lavoro fotografico. Non si limitava a mostrare le sue tecniche, ma incoraggiava a “guardare con il cuore”, a cercare l’essenza del soggetto. Karsh fu anche docente presso istituzioni come l’Ohio University e l’Emerson College, condividendo il suo sapere con le nuove generazioni di fotografi. Molti suoi studenti ricordano la calma con cui si muoveva in studio, la precisione di ogni gesto. La sua didattica univa disciplina e umanità, trasmettendo l’idea che la fotografia è prima di tutto un atto di rispetto verso l’altro.


Lo stile di Yousuf Karsh ha influenzato generazioni di fotografi ritrattisti in tutto il mondo. Il suo modo di utilizzare la luce, di costruire la scena e di instaurare un dialogo con il soggetto è diventato un paradigma. Artisti contemporanei come Annie Leibovitz o Platon riconoscono la sua eredità. Ma la sua influenza va oltre la fotografia: registi, pittori e designer hanno tratto ispirazione dal suo equilibrio tra dramma e sobrietà. Karsh ha dimostrato che un ritratto può essere universale, capace di parlare attraverso il tempo e le culture, perché fondato sulla verità dell’essere umano.


Ciò che distingue Karsh da molti suoi contemporanei è la profonda empatia che permea il suo lavoro. Ogni fotografia è il frutto di una relazione, non di una posa. Credeva che solo il rispetto e la comprensione potessero far emergere la verità di un volto. “All’interno di ogni uomo e donna — diceva — si nasconde un segreto, e come fotografo è mio compito rivelarlo, se posso.” Questa visione trasformò la fotografia ritrattistica in un atto quasi spirituale: un incontro tra due anime attraverso la luce. È questa dimensione umana che rende i suoi ritratti ancora oggi così emozionanti.

Nelle immagini di Karsh, il tempo sembra sospeso. Ogni volto diventa eterno, come scolpito nella luce. Non c’è moda né contesto che ne limiti la comprensione: i suoi ritratti parlano una lingua senza tempo. La sua capacità di fermare l’essenza dell’uomo nel momento esatto in cui si rivela lo rende un autore universale. Oggi, guardando le sue fotografie, non vediamo solo Churchill, Einstein o Hepburn, ma frammenti della nostra stessa umanità. La forza del suo lavoro sta proprio in questo: nel trasformare la memoria in emozione viva.


Yousuf Karsh non fu solo un ritrattista, ma anche un cronista visivo del Novecento. Le sue fotografie raccontano la politica, la cultura, la scienza e l’arte del secolo scorso attraverso i volti dei protagonisti. Ogni ritratto è una storia condensata in un’immagine, una pagina di biografia universale. Karsh ha contribuito a creare l’immaginario visivo di un’epoca, offrendo una rappresentazione equilibrata tra potere e fragilità. Il suo lavoro è la prova che la fotografia può essere al tempo stesso documento e poesia, memoria e visione.


Nel corso della sua carriera, Karsh ricevette numerosi riconoscimenti, tra cui la Order of Canada e oltre 20 lauree honoris causa. Le sue opere sono state esposte nei più grandi musei del mondo, dal MoMA di New York al National Gallery of Canada. Riviste come Life, Time e National Geographic dedicarono copertine ai suoi ritratti. Ma più che i premi, ciò che Karsh considerava importante era la possibilità di contribuire a “rendere visibile la grandezza dell’uomo comune”. La sua fama non fu mai vanità: era la naturale conseguenza di una ricerca sincera e coerente.



Negli anni ’90, dopo sessant’anni di carriera, Karsh decise di chiudere il suo studio a Ottawa. Si trasferì a Boston con la moglie Estrellita, dedicandosi alla scrittura e alla catalogazione del suo archivio. Continuò a ricevere visitatori e studenti, sempre disposto a condividere la sua esperienza. Morì nel 2002, lasciando un patrimonio immenso di negativi, stampe e insegnamenti. Fino alla fine mantenne la sua curiosità e il suo amore per l’essere umano. In un’intervista dichiarò: “Non ho mai fotografato un volto senza provare rispetto. Ogni volto è un mondo.”


Oggi, chi studia fotografia non può prescindere da Yousuf Karsh. I suoi ritratti vengono analizzati per la perfezione tecnica e la profondità psicologica. Molti workshop e accademie di fotografia lo citano come esempio di equilibrio tra arte e mestiere. La sua lezione più grande è quella dell’empatia: imparare a guardare prima di scattare, a comprendere prima di dirigere. In un’epoca dominata dalla velocità digitale, il suo approccio lento e meditativo torna più attuale che mai. Karsh ci ricorda che la fotografia è, prima di tutto, un incontro umano.

Yousuf Karsh rimane una figura insostituibile nella storia della fotografia. La sua opera ha ridefinito il concetto di ritratto come indagine dell’anima. Ha mostrato che la grandezza non si trova solo nei nomi celebri, ma nel modo in cui li si guarda. La sua luce, intensa e misurata, continua a ispirare chiunque cerchi di comprendere l’essere umano attraverso l’obiettivo. Oggi, più che mai, i suoi ritratti ci invitano a rallentare, ad ascoltare e a guardare davvero. In un mondo saturo di immagini, Karsh ci insegna che la fotografia più potente è quella che illumina l’anima.








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