“Ho visto che la macchina fotografica poteva essere un arma contro la povertà, il razzismo, l’odio, l’intolleranza ed altri mali sociali. In quel momento ho saputo che dovevo possederne una”. – Gordon Parks

Gordon Roger Alexander Buchannan Parks nacque a Fort Scott, in Kansas, nel 1912 in una famiglia numerosa e povera. Cresciuto in un contesto segnato dalla discriminazione razziale, sviluppò fin da giovane una sensibilità acuta verso le ingiustizie sociali. Dopo la morte della madre, rimasto orfano a soli quindici anni, si trasferì a St. Paul e si adattò a fare diversi lavori per sopravvivere, tra cui pianista nei nightclub e nei bordelli, cameriere, lavapiatti, giocatore di basket semiprofessionista.

La fotografia entrò nella sua vita quasi per caso: si avvicinò ad essa nel corso del1937 e l’anno dopo acquistò la sua prima macchina fotografica in un banco dei pegni per poco più di sette dollari. Da quel momento, la sua strada cambiò per sempre. Autodidatta, Parks imparò da solo le tecniche di esposizione, luce e composizione. Una sua fotografia venne notata da Marva Louis, moglie del celebre pugile afroamericano Joe Louis, che lo convinse a trasferirsi a Chicago, dove si guadagnava da vivere fotografando le donne dell’alta società, ma già si intravedeva l’’attenzione particolare per i soggetti marginali e per la dignità nascosta nelle vite più difficili.

Negli anni successivi Gordon Parks iniziò la sua carriera di fotografo professionista lavorando come freelance e fotografo di moda. Nel 1941 pubblicò la sua prima mostra di fotografie. Nel 1942 ricevette una borsa di studio in fotografia, scegliendo di lavorare con Roy Stryker, direttore del progetto Farm Sicurity Administration (FSA) che dal 1935 documentava le condizioni dei disperati nella grande nazione americana. Entrò così in contatto con i grandi maestri del documentarismo americano come Dorothea Lange e Walker Evans.



Mentre svolgeva la sua borsa di studio all’interno della Farm Security Administration Parks scattò alcune delle immagini più emblematiche della sua carriera. Tra queste, spicca: “American Gothic, Washington D.C.” che ritrae una donna delle pulizie dalla pelle nera al lavoro in un palazzo del potere. Parks aveva l’abitudine di voler conoscere prima le persone che ritraeva così si fece raccontare la storia della sua vita. La donna si chiamava Ella Watson ed aveva avuto una vita drammatica, rimasta presto orfana, con mancanza di istruzione e segnata da lutti e tragedie familiari.

Parks fece alla Watson due fotografie in un ufficio: una ambientata nell’ufficio che stava pulendo e la seconda in primo piano, in posa davanti alla bandiera americana, con tra le mani una scopa e uno spazzolone. Questa versione in primo piano della donna è una delle sue fotografie più famose, riportata in quasi tutti i libri della Farm Security Administration.

L’American Gothic di Gordon Parks era una parodia del celebre dipinto “American Gothic“, realizzato da Grant Wood nel 1930. Un’immagine, semplice ma folgorante, che denunciava l’ipocrisia del sogno americano e divenne subito un’icona,una chiara denuncia al razzismo presente a Washington che lui aveva personalmente subito entrando in ristoranti e negozi.

Le fotografie realizzate da Gordon Parks per la Farm Security Administration raccontano l’America rurale e urbana degli anni Quaranta, con un’attenzione poetica e insieme politica. Parks mostrava la miseria, ma anche la forza e la dignità dei suoi soggetti. I suoi scatti trasformavano le vite comuni in storie universali, in cui la sofferenza si mescolava a una silenziosa speranza. In questo periodo cominciò ad interessarsi al quartiere newyorkese di Harlem, il quartiere “nero” dove poi in seguito andrà ad abitare, ed affinò il suo stile diretto e lirico, fatto di luce naturale, contrasti netti e inquadrature pensate come composizioni musicali.




Dopo la chiusura della FSA, Parks iniziò a collaborare con riviste come Vogue e Life. Questa transizione dalla fotografia sociale a quella di moda non segnò una contraddizione, ma una continuità. Nei set eleganti e nei ritratti sofisticati, Parks applicò lo stesso sguardo umano e narrativo che aveva adottato nelle strade. Era capace di dare un’anima anche alle immagini più patinate, rendendo la moda una forma di racconto.

Il suo lavoro con Vogue negli anni Quaranta e Cinquanta aprì le porte a un nuovo modo di intendere la fotografia di moda. Parks non si limitava a mostrare abiti e accessori, ma costruiva atmosfere, piccole storie visive, scene teatrali che univano eleganza e introspezione. Le modelle sembravano personaggi di un film, immerse in ambienti realistici più che in scenari di fantasia. La luce, spesso morbida e diffusa, contribuiva a un senso di intimità e verità.

Il suo rapporto con Life durò più di vent’anni, permettendogli di raccontare l’America da molte angolazioni. Fu inviato speciale, ritrattista, fotografo di moda e di reportage. Con la sua macchina fotografica, Parks entrò nelle case, nei ghetti, nei palazzi del potere, offrendo una visione completa del Paese. Ogni scatto era un frammento di verità: non neutrale, ma profondamente umano.



Nel 1944 Gordon Parks iniziò a lavorare come documentarista allo Standard Oil Project, che all’epoca patrocinava molti fotografi. A partire da quel momento la sua carriera decollò, e lo stesso anno si trasferì ad Harlem e iniziò a lavorare come freelance per la rivista Vogue. Nel 1947 pubblicò il suo primo libro intitolato “Flash Photography”, seguito, nel 1948, da “Camera Portraits: Techniques and Principles of Documentary Portraiture”.


Gordon Parks aggiunse la notorietà pubblicando per un ventennio le sue fotografie sulla celebre rivista statunitense Life. Entrò a far parte della redazione della rivista Life nel 1948, in veste di fotografo e scrittore, e vi lavorò fino al 1968, proponendo fotografie e articoli su svariati argomenti quali la moda, il razzismo, la povertà e la segregazione razziale, e pubblicando foto di celebri personalità del mondo del cinema, della politica e dell’attualità.




Parallelamente, Parks proseguì il suo lavoro documentaristico, con progetti che esploravano le tensioni razziali negli Stati Uniti. Negli anni Cinquanta si immerse nella vita di Harlem, fotografando le strade, i bambini, le famiglie e i volti di una comunità in cerca di riscatto. Le fotografie di Parks raccontano di un mondo nero. Immagini che hanno documentato la vita dei poveri d’America, dei suoi lavoratori e i suoi abitanti. Nonostante lavorasse all’ interno di un’ appartenenza culturale ed etnica, Parks ha avuto la capacità istintiva di mostrarci una sensibile ed obiettiva riflessione sui mille volti di un popolo discriminato e costretto a lottare per emergere.



La serie Harlem Gang Story del 1948, pubblicata su Life, racconta la storia di Red Jackson, giovane capo di una gang di Harlem. Il vetro rotto della finestra riflette lo stato d’animo di Jackson, che apparteneva a una cultura violenta, anche se in questa fotografia appare turbato e pensieroso. Il disagio sociale è stato un soggetto importante per Parks, il quale – uomo di colore che tentava di farsi strada in una tipica professione da bianchi – sperimentò in prima persona difficoltà e discriminazioni.

In quelle fotografie di Harlem, Gordon Parks costruì un racconto visivo di grande intensità, capace di alternare la durezza della realtà alla tenerezza dei momenti quotidiani. Le ombre e le luci, i vicoli e i volti, diventavano metafore della condizione afroamericana. L’obiettivo non era solo documentare, ma comprendere. Parks cercava l’umanità nascosta dietro le statistiche, trasformando la fotografia in uno strumento di dialogo.



Nei primi anni Cinquanta, Gordon Parks viaggiò in Portogallo come fotografo per Life, in un momento in cui l’Europa stava ancora risanando le ferite lasciate dalla guerra. Le sue immagini portoghesi si distinguono per una delicatezza rara: bambini che giocano nelle strade polverose, pescatori sulle coste atlantiche, donne che stendono i panni tra le case bianche dei villaggi. Parks catturò la dignità tranquilla di un popolo che viveva nella semplicità, trovando bellezza nei gesti quotidiani.


In Europa, lontano dalle tensioni razziali dell’America, Gordon Parks sembrava respirare una nuova libertà di sguardo: la sua macchina fotografica si muoveva con lentezza, attenta alla luce, ai volti, ai silenzi. A Parigi, a Londra, a Roma Parks ritrovò l’essenza più pura del suo linguaggio visivo: trasformare l’ordinario in un atto di poesia. Egli trovò nuovi stimoli creativi e una certa libertà rispetto ai limiti imposti dal razzismo americano collaborando con artisti e riviste europee. Le sue immagini europee riflettono un senso di leggerezza e curiosità. In esse si percepisce il desiderio di esplorare la vita oltre i confini, di raccontare l’essere umano nella sua universalità.


Nel 1961, Gordon Parks si recò in Brasile per realizzare un reportage commissionato dalla rivista Life. L’obiettivo era documentare la povertà nelle favelas di Rio de Janeiro, ma Parks andò ben oltre la semplice cronaca. Incontrò e fotografò un bambino di nome Flavio da Silva, malato di asma e costretto a vivere in condizioni estreme. Il servizio, intitolato Freedom’s Fearful Foe: Poverty, commosse il pubblico americano e suscitò un’ondata di solidarietà. Parks seguì la famiglia di Flavio con empatia e rispetto, mostrando non solo la miseria ma anche la forza, l’amore e la speranza che sopravvivono nella marginalità.


Negli anni Sessanta, Gordon Parks divenne uno dei fotografi più influenti al mondo. Tra i suoi lavori più celebri figurano i ritratti di figure iconiche come Malcolm X, Duke Ellington, Muhammad Ali, Stokely Carmichael. Con ognuno di loro Parks instaurava un rapporto di fiducia, che traspariva nelle immagini. Non cercava la posa perfetta, ma l’attimo di sincerità. Nella sua visione, la fotografia era un linguaggio morale e poetico. Non bastava osservare: bisognava capire, partecipare, restituire dignità.




Le fotografie di Muhammad Ali, realizzate tra gli anni Sessanta e Settanta, sono tra le più profonde del campione. Gordon Parks lo ritrae non solo come pugile, ma come uomo, pensatore, simbolo di identità afroamericana. Nelle sue immagini, Ali appare vulnerabile e potente al tempo stesso, ritratto nella calma prima del combattimento o nei momenti di riflessione. Il contrasto tra la forza fisica e la consapevolezza interiore è la chiave poetica di quelle fotografie.




L’impegno sociale di Gordon Parks attraversò tutta la carriera. Egli non smise mai di usare la fotografia come strumento di denuncia e speranza. Dalla povertà rurale al glamour dei set di moda, dalle strade di Harlem ai salotti dell’élite, Parks portava con sé lo stesso sguardo: quello di chi vedeva nella luce un mezzo per rendere il mondo più giusto. Per lui, ogni immagine era una forma di empatia, una possibilità di ponte tra mondi diversi. Questa concezione etica della fotografia lo rese un narratore raro, capace di parlare tanto alle emozioni quanto alla coscienza collettiva.



La tecnica fotografica di Gordon Parks si distingueva per la capacità di unire rigore e sensibilità. Prediligeva la luce naturale e i contrasti forti, ma non disdegnava l’uso espressivo del colore. Ogni immagine era costruita con un senso musicale del ritmo e della composizione. Parks amava dire che la macchina fotografica era la sua “arma contro la povertà e l’odio”, e la usava con precisione e compassione.

A partire dalla metà degli anni Cinquanta, Gordon Parks iniziò a utilizzare il colore non come semplice elemento estetico, ma come strumento narrativo e politico. Nella serie Segregation, realizzata tra il 1956 e i primi anni Sessanta negli Stati del Sud, il colore diventa parte integrante del messaggio. Le immagini, pubblicate su Life, mostrano famiglie afroamericane nella quotidianità della segregazione: una madre e la figlia davanti a una vetrina, bambini che giocano accanto a cartelli “Colored Entrance”. I toni vividi – il rosso delle insegne, il blu dei vestiti, il verde dei prati – contrastano con la durezza del contesto, creando un cortocircuito visivo tra bellezza e oppressione.


Il colore, nei suoi lavori successivi, divenne un elemento narrativo fondamentale. Nei reportage per Life e nelle serie dedicate alle famiglie afroamericane negli anni Sessanta, il colore restituiva calore, vita e normalità a un mondo spesso rappresentato solo attraverso il dramma. Parks sapeva che la verità poteva emergere anche attraverso la bellezza, e che la bellezza stessa era un atto politico. Parks usava il colore per restituire umanità, per dire che anche nella discriminazione esisteva luce, dignità, vita. In queste fotografie, la sua arte raggiunge una potenza morale e visiva senza precedenti.



Gordon Parks fu un artista poliedrico: scrittore, musicista e ,negli anni Sessanta e Settanta, estese il suo sguardo oltre la fotografia, diventando anche regista di cinema. Nel 1969 la sua pellicola “The Learning Tree” fu il primo film diretto da un afroamericano per una grande casa di produzione hollywoodiana. Tradotto in italiano col titolo “Ragazzo la tua pelle scotta” il film era tratto da un suo romanzo autobiografico che raccontava buona parte della sua adolescenza, ossia la crescita di un giovane afroamericano nel Kansas della segregazione razziale.

Due anni dopo Gordon Parks realizzò “Shaft il detective “ (1971), il celebre poliziesco che diede origine al genere blaxploitation e consacrò Richard Roundtree come simbolo di forza e orgoglio afroamericano. Il film divenne un clamoroso successo commerciale ed ebbe due seguiti, sempre diretti da lui : Shaft’s Big Score! (1972) e The Super Cops (1974). Nel 1976 Gordon Parks realizzò Leadbelly , biopic sul leggendario musicista blues Huddie Ledbetter.

In tutti i suoi film, come nelle sue fotografie, Parks intrecciò impegno sociale e senso estetico, raccontando la complessità dell’identità nera con coraggio e poesia visiva. Nel 1990 Gordon Parks ottenne l’Infinity Awards. Anche nel cinema, come nella fotografia, raccontò l’identità nera con orgoglio e complessità, aprendo nuove strade per gli artisti afroamericani.

Gordon Parks morì nel 2006, lasciando un’eredità immensa. Le sue immagini sono oggi conservate nei più importanti musei del mondo, dal MoMA di New York al Centre Pompidou di Parigi. Un’ampia galleria dei suoi lavori è disponibile online sul sito The Gordon Parks Foundation. Il suo lavoro continua a influenzare fotografi, registi e artisti di ogni generazione. È considerato uno dei più grandi narratori visivi del Novecento, un ponte tra arte, giornalismo e impegno civile.

Guardare oggi le fotografie di Gordon Parks significa entrare in un racconto che parla ancora a tutti noi. Nelle sue immagini si intrecciano dolore e speranza, eleganza e ribellione. Il suo sguardo non giudica, ma comprende; non impone, ma illumina. Parks ci ha insegnato che la fotografia può essere, insieme, testimonianza e poesia — un modo per cambiare il mondo partendo dalla luce.

“Le persone che vogliono utilizzare una fotocamera dovrebbero avere qualcosa in mente, qualcosa che vogliono mostrare, qualcosa che vogliono dire … spiega Parks. “Ho preso una macchina fotografica perché l’ho scelta come mia arma contro quello che ho odiato più sull’universo: il razzismo, l’intolleranza, la povertà. Avrei potuto, altrettanto facilmente, prendere un coltello o una pistola come molti dei miei amici d’infanzia hanno fatto .. . la maggior parte dei quali sono stati assassinati o messi in prigione … ma io ho scelto di non prendere quella strada. Sentivo che avrei potuto in qualche modo soggiogare questi mali facendo qualcosa di bello per cui la gente mi apprezzasse, fare una vita diversa per me stesso , ed alla fine è stato così “. – Gordon Parks

“Essere il primo fotografo nero di Vogue, il primo fotografo nero di Life, il primo regista nero, non mi ha mai riempito di gioia, perchè sapevo che ci sono neri con più talento che meritavano le stesse occasioni, ma se le sono viste negare proprio perchè neri”. – Gordon Parks







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