“Quello che cerco è il momento unico, quello definitivo in grado di dire esattamente ciò che vuoi, che intagli una situazione, che riproduca un impatto. Cartier-Bresson ha detto che se hai fortuna ti capita una volta all’anno. Ma io non sarei così ottimista. Quando accade, è fantastico ….”. (Ian Berry)

Ian Berry nasce nel 1934 a Preston, Lancashire, Inghilterra, in un’epoca in cui il mondo ancora si riprendeva dalla Grande Depressione e si preparava a una nuova guerra. La sua passione per il racconto visivo nasce presto, ma è solo dopo essersi trasferito in Sudafrica nel 1952 che comincia a trasformarla in professione. Qui, immerso nelle complesse dinamiche sociali del paese, Berry trova un terreno fertile per sviluppare la sua visione densa di umanità e storia.


In Sudafrica Ian Berry si avvicina alla fotografia apprendendo i fondamenti tecnici da Roger Madden, un fotografo sudafricano che era stato un assistente di Ansel Adams. Qui lavorò per un po’ di tempo fotografando eventi sociali e matrimoni, poi incontrò Jürgen Schadeberg, un fotografo anche lui immigrato dall’Europa, che gli offrì un lavoro nel giornale “African Sunday”. Dopo averci lavorato solo 10 mesi il giornale chiuse e Berry andò a lavorare per il “Benoni City Times” anche se cominciò a maturare il desiderio di diventare un fotografo indipendente.


In Sudafrica osserva da vicino la segregazione razziale dell’apartheid, che diventerà una delle questioni umane e politiche più importanti della sua carriera. Sono gli anni Cinquanta, il periodo che gli permette di osservare da vicino la vita quotidiana e le crescenti tensioni razziali: un’esperienza che influenzerà profondamente il suo stile documentario. In questo periodo visita altri paesi africani, realizzando servizi fotografici per il Benoni City Times.


1. Ian Berry : L’Africa, l’Apartheid e la strage di Sharpeville.
Tornato in Gran Bretagna, Ian Berry viaggiò per qualche tempo, ma poi alla fine degli anni Cinquanta ritornò in Sud Africa dove fu assunto dal “ Daily Mail ”. Poco dopo il Capo Redattore del “ British Picture Post ” lo assunse per lavorare nel celebre “ Drum magazine ”. E’ questo il momento in cui Ian Berry comincia il lavoro che lo porterà alla notorietà internazionale: la documentazione sistematica dell’apartheid in Sudafrica a partire dagli anni Cinquanta fino all’elezione di Nelson Mandela nel 1994.


Il 21 marzo 1960 Ian Berry fu l’unico fotografo a documentare la strage di Sharpeville, quando la polizia sudafricana sparò su manifestanti pacifici, uccidendo 69 persone e ferendone 178. Non c’era nessun altro a documentare gli eventi, soltanto Berry e le sue fotografie vennero assunte a verbale dalla Corte del Tribunale perché provavano che le vittime non avevano fatto niente di sbagliato, erano innocenti, contrastando la narrativa ufficiale del governo.

Quando la polizia apre il fuoco i manifestanti scappano e, nelle foto di Ian Berry, si vedono poliziotti sullo sfondo che continuano a sparare sulla folla mentre corre. Le sue immagini non solo documentano il dramma umano e la brutalità dell’accaduto, ma, come già detto, vengono usate in tribunale per dimostrare l’innocenza delle vittime, segnando un punto di svolta storico e mediatico.


Ian Berry trascorse quasi un decennio a fotografare quotidianamente la segregazione, la resistenza e la vita nelle comunità nere sudafricane. Questi lavori sono raccolti in libri come Black and Whites: L’Afrique du Sud (con una prefazione del futuro presidente francese François Mitterrand) pubblicato nel 1988, e Living Apart pubblicato nel 1996. Questi due libri sono tutt’oggi fondamentali sulla questione apartheid perchè offrono una testimonianza duratura sulla segregazione razziale, integrando narrazione visiva e contesto storico.


Le sue fotografie sull’aparthaid non erano solo cronache visive, ma strumenti di denuncia. Berry passò anni a osservare e raccontare l’impatto delle leggi razziali sulle vite quotidiane delle persone nere sudafricane finché gli fu vietato l’ingresso nel paese per 8 anni. Tornerà in Sudafrica nel 1990 con la liberazione di Nelson Mandela e documenterà la sua vittoria alle elezioni nel 1994.





2. Ian Berry : L’esperienza nella Magnum Photos.
Mentre era in Sudafrica, nel 1962, Ian Berry venne invitato da Henri Cartier-Bresson ad entrare nella storica agenzia Magnum Photos, una delle comunità fotografiche internazionali più prestigiose, di cui diventerà membro effettivo nel 1967. Questo riconoscimento sancisce il suo passaggio da freelance a fotogiornalista di livello globale, ampliando il suo campo di lavoro a eventi di portata mondiale anche se, non abbandonò mai l’impegno nel documentare la segregazione razziale in Sud Africa.


Della sua esperienza nella Magnum Photos, Ian Berry dirà in seguito : “ Credo di essere stato molto fortunato quando sono entrato in Magnum. La persona che contava di più era Cartier Bresson e ho trascorso molto tempo con lui in Francia passeggiando…….Sono cresciuto in Magnum con Marc Riboud, Elliott Erwitt… ho potuto imparare molto da loro. Eravamo 12 o 13 fotografi. Ora sono passati più di 60 anni. Ora devi seguire un approccio diverso, ci sono diversi tipi di fotografia… totalmente diversi. Quindi anche Magnum Photos è cambiata ”.

Ed ancora oggi Ian Berry ribadisce come stia mutando il ruolo della fotografia, soprattutto a causa dei media : ” Una delle cose che Magnum tentava anni fa era di anticipare le notizie per individuare prima ciò che stava crescendo politicamente in un paese e andare a scattare immagini in quel paese prima che accadesse. In questo momento non ha senso andare in Russia o in Ucraina: sono tutti lì con il cellulare in mano, quindi è difficile riuscire a cogliere nuove situazioni…..

…. Quando sono stato in Vietnam, in Congo o nella ex-Jugoslavia potevo restare lì una settimana, poi tornare, poi andare a Parigi o a Londra e riuscivo a realizzare un reportage che fissava quello che stava accadendo. Oggi nello lo stesso giorno in cui avviene un “fatto”, un’ora dopo l’evento ecco che la gente invia già le foto, i video…”.
3. Ian Berry : Gli altri lavori e progetti.
Nel 1964 Ian Berry tornò nel Regno Unito per lavorare come primo fotografo per The Observer Magazine per il quale percorse l’intero globo documentando conflitti sociali e politici. Nella Cina Settentrionale seguì la costruzione della diga “Three Gorges Dam”, a Praga raccontò l’invasione russa della Cecoslovacchia, a Berlino la vita degli abitanti divisi dal Muro, e tutto utilizzando principalmente fotocamere da 35 mm.


E poi realizzò servizi fotografici sulla carestia in Etiopia, le proteste in Irlanda, la guerra del Vietnam, la prima Unione Sovietica, Israele, i cambiamenti climatici in Groenlandia. Nella Repubblica del Congo e in altri paesi dell’Africa documentò la schiavitù dei bambini, mentre in contemporanea lavorava a progetti a lungo termine come quello sulla vita nel Regno Unito, il cambiamento sociale e l’industria europea. I suoi racconti fotografici furono pubblicati sulle riviste Life, Stern, Geo, Paris Match, Epoca, National Geographic.


3a. Ian Berry : La Primavera di Praga (1968).
Uno degli eventi storici che Berry documenta è l’invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968 durante la cosiddetta Primavera di Praga. Le immagini catturate da Berry testimoniano la tensione di quei momenti, raccontano l’angoscia e la resistenza pacifica della popolazione, cittadini in attesa tra strade e barricate, offrendo una documentazione visiva essenziale di uno dei momenti più drammatici della Guerra Fredda.



“La singola buona foto ti soddisfa da un punto di vista emozionale mentre realizzare un buon reportage giornalistico è una questione di professionalità. Alla fine, ci sono due cose che veramente ti danno la carica. Ci sono le fotografie che scatti per strada dove ogni cosa funziona e ti compiaci dell’ immagine che hai realizzato; forse non verrà pubblicata, ma sei contento lo stesso. Poi, ci sono le situazioni in cui sei coinvolto in un evento, in una notizia, e ottieni una fotografia che in sè racchiude l’evento cui hai assistito e che verrà pubblicata. Ed è fantastico quando ottieni la risposta dalle persone che capiscono il valore di quello che hai fatto”.- Ian Berry


suona musica ceca con il suo violino per protestare contro l’invasione russa della città, sporgendosi dal finestrino affinché tutti possano sentire. Sullo sfondo si erge la statua di San Venceslao. Praga, Cecoslovacchia, 1968.


3b. Ian Berry : The English (anni ‘70).
Uno dei progetti più personali e riflessivi di Ian Berry è il volume The English, pubblicato nel 1978, in cui esplora la società britannica. Dopo anni trascorsi all’estero come fotogiornalista, Berry ritorna nel Regno Unito con “occhi nuovi” e attraversa l’Inghilterra per fotografare persone di ogni classe sociale, in ogni contesto: casa, lavoro, tempo libero. L’opera offre una visione attenta e intima della vita quotidiana inglese, lontana dagli stereotipi e con grande sensibilità sociale.


Una delle fotografie più famose di Ian Berry è quella scattata nella Baia di Whitby , nello Yorkshire settentrionale ,nel 1974. Qui, in un soleggiato pomeriggio domenicale sulla collina che domina il porto di Whitby turisti e residenti arrivano per assistere alla regata di barche, rilassarsi e sognare. I soggetti, benché visibilmente intenti a seguire la gara di vela paiono immersi nei loro pensieri, oppure, come il giovane in primo piano, ben contenti di prendere il sole. La foto apre “The English”, il volume che Berry pubblicò nel 1978.


Lontano dai cliché turistici, Ian Berry si concentra su lavoratori, famiglie e quartieri, restituendo un ritratto vivace, a volte malinconico, della società inglese. Questo lavoro mette in luce la sua versatilità: non solo politica e conflitto, ma la vita di tutti i giorni. Ritratti della vita quotidiana inglese, volti e gesti che raccontano l’Inghilterra degli anni ’70. Come la foto in cui un frequentatore di corse di cavalli con cilindro incrocia un operaio che spinge una cassa di birra, evidenziando i contrasti sociali della Gran Bretagna.







3c.Ian Berry : In viaggio lungo la Silk Road (1996).
Nel 1996 Ian Berry intraprende una delle sue avventure più affascinanti: attraversare la Silk Road (Via della Seta), la via commerciale che collega l’Europa all’Asia, attraverso la Turchia, l’Iran e l’Asia Centrale fino ad arrivare alla Cina Settentrionale. L’idea di questo lavoro, commissionato dalla rivista Conde Nast Traveler, non era soltanto geografica ma antropologica: catturare l’incontro di mondi diversi, la persistenza delle tradizioni e le evoluzioni sociali in regioni meno raccontate dal fotogiornalismo occidentale.








3d. Ian Berry : Il progetto Acqua – “ L’acqua racconta una storia mentre scorre ”.
In anni più recenti, Berry ha realizzato un progetto di portata globale dedicato all’elemento acqua e al suo impatto sulla vita umana e sull’ambiente. Nel libro Water (realizzato in circa 15 anni), esplora come l’acqua modelli la nostra esistenza — tra carestie, inondazioni, trasformazioni climatiche e usi culturali differenti. Attraverso immagini potenti e poeticamente raffinate, il lavoro rivela le contraddizioni dell’era climatica: abbondanza e scarsità, bellezza e distruzione.

Nel corso di 15 anni, Berry ha viaggiato in tutto il mondo per documentare i legami inestricabili tra paesaggio, vita e acqua. Il ruolo che quest’ultima riveste da sempre negli antichi rituali religiosi e nella costruzione di comunità, il suo sfruttamento e il risultato devastante quando ce n’è troppa o troppo poca. La sua intenzione è stata quella di condividere le storie più memorabili tratte dai suoi incarichi che illustrano come l’acqua modella le nostre vite e cosa potrebbe riservarci il futuro.

Enormi petroliere crivellate di amianto vengono spinte a tutta velocità e con l’alta marea sulla spiaggia, dove vengono smantellate principalmente a mano, con scarsa attenzione alla salute e alla sicurezza.
Attraverso immagini realizzate in zone di crisi climatica, regioni sacre, villaggi allagati durante monsoni, bambini che raccolgono acqua in villaggi aridi e desertificati, riti sacri sulle sponde dei fiumi, Ian Berry racconta la centralità dell’acqua nella vita e nella sopravvivenza umana. L’opera non è solo ambientale ma anche culturale: Berry non si limita a documentare fenomeni naturali: mostra come politiche, economia e culture plasmano la gestione dell’acqua, evidenziando disuguaglianze globali.


Così Ian Berry spiega l’idea e la finalità del progetto “Acqua” : « L’idea di realizzare il progetto è stata mia. Era abitudine in Magnum avere un progetto personale da realizzare in mezzo ad altri lavori. Inizialmente, molti anni fa, pensai di realizzare una storia sul rapporto tra l’acqua e la religione. Tutto è iniziato quando lavoravo in Sud Africa. La più diffusa religione tra i neri in Sud Africa è The Zion Christian Church (ZCC), una delle chiese più grandi dell’Africa meridionale. Credono nell’immersione totale del battesimo immergendo il fedele nell’acqua tre volte. Ho pensato che si potesse partire da qui….

….. Poi mentre mi trovavo a Benares, in India, molto tempo fa, ho partecipato ad una grande festa religiosa indù. La mia idea cambiò perché mi resi conto che l’acqua, in tutto il mondo, stava diventando sempre più un problema. Quindi ho cambiato la direzione della mia ricerca e così negli ultimi cinque, dieci anni ho visitato tanti paesi e visto i fiumi più grandi come il Mekong, il Nilo, il Mississippi e altri ».


4. Ian Berry : Tecnica e Stile, Impatto e Riconoscimenti.
Ian Berry non ama gli artifici: la sua fotografia nasce dal desiderio di mostrare ciò che accade “sul campo”, raccontando storie umane dentro eventi storici. Il suo stile combina elementi del reportage con un forte senso narrativo umano — un approccio documentario che privilegia l’osservazione diretta della vita quotidiana, degli individui e delle comunità in situazioni spesso complesse e pericolose.

Spesso lavora con attrezzature leggere, fotocamere piccole e obiettivi fissi, per non interferire con la spontaneità delle scene, catturando momenti non replicabili, ossia per avvicinarsi alle persone senza intimidirle e catturare il momento decisivo: un gesto, uno sguardo, un istante che rivela una verità più profonda. Berry predilige spesso il bianco e nero, una scelta non solo estetica ma narrativa: la mancanza di colore spinge lo spettatore a concentrarsi sulle forme, gesti e emozioni più profonde dei soggetti.

Il cuore della fotografia di Berry è sempre il mondo reale, non idealizzato: persone, contraddizioni, comunità e conflitti. Il suo approccio è documentario ma soprattutto umano: cerca sempre di catturare la storia delle persone dentro la storia degli eventi. Ian Berry ha attraversato decenni di storia con la sua fotocamera in mano, offrendo non solo documentazione visiva ma narrazione umana di eventi epocali.

Ian Berry è considerato uno dei grandi cronisti visivi del Novecento che ha trasformato la fotografia in uno strumento di memoria e cambiamento grazie alla sua capacità di combinare reportage e umanesimo visivo. La sua influenza si estende ben oltre il fotogiornalismo: ha ispirato generazioni di fotografi a considerare la fotografia non solo come testimonianza documentaria, ma come ponte tra storia, politica e umanità.

Nel corso della sua carriera Ian Berry ha vinto numerosi premi tra cui : la prima edizione del Nikon Photographer of the Year (1959), il premio Picture of the Year del National Press Photographers Association of America, il British Press Magazine Photographer of the Year, il primo Arts Council Grant per il suo libro “The English”, il premio Fellowship alla Royal Photographic Society.

Le fotografie di Ian Berry sono state esibite in mostre in tutto il mondo: Tokio, Parigi, Amburgo, Londra, Belgio, Aix-en-Provence ed al Museo di Fotografia in Bradford. Alcune delle sue foto parte dell’Archivio della Magnum Photos, della Photographic Collection al Harry Ransom Center e dell’ University of Texas di Austin. Le sue opere sono esposte e conservate in importanti archivi e musei internazionali.

Il lavoro di Ian Berry dimostra che una foto può non solo raccontare, ma cambiare la percezione del mondo: è un invito a guardare oltre l’immagine, verso le storie e le vite che essa rappresenta: “ Il momento in cui si scatta una foto è importante ma devi aggiungere una forma all’immagine. Quindi per me è importante fotografare ciò che sta accadendo ma restituendo all’immagine una forma, non solo un’istantanea dell’evento ”.

“ Quello che cerco è il momento unico, quello definitivo in grado di dire esattamente ciò che vuoi, che intagli una situazione, che riproduca un impatto. Cartier-Bresson ha detto che se hai fortuna ti capita una volta all’anno. Ma io non sarei così ottimista. Quando accade, è fantastico: guardi la composizione e vedi che tutto funziona, che non c’è nessun elemento di disturbo, nulla che distolga l’attenzione…… “ – Ian Berry







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